Secondo me

SULL’ATTUALITÀ – Intervista a Roberto Deriu

Roberto Deriu, partiamo dalla riforma degli enti locali: ci faccia un quadro della situazione.

“Da quando è iniziata la legislatura, sono arrivate molte proposte di legge – fatte dai consiglieri – in merito alla riforma delle autonomie della Sardegna. Queste proposte hanno riguardato l’istituzione di nuove province, e cioè del nord-est, dell’Ogliastra, del Sulcis e della Città metropolitana di Sassari, quest’ultima in diverse versioni: c’è chi voleva solo alcuni comuni e chi voleva tutti i comuni della provincia. Alla fine, queste proposte sono state unificate in un testo e su questo testo unificato è iniziata la discussione. L’unificazione di diverse proposte in genere impegna tanto tempo, invece questa volta si è fatto molto in fretta: in meno di una settimana il testo era già unificato. E quando succede questo, non bisogna mai essere troppo contenti, perché significa che le scelte non sono state abbastanza meditate. Quando si parla di decisioni che riguardano centinaia di migliaia o milioni di persone, è chiaro che devi analizzare la questione sotto tutti i punti di vista, e per farlo dovresti parlare con tantissimi soggetti, ricavando una versione stabile delle cose, ossia un’interpretazione della realtà abbastanza condivisa da tutti i soggetti interpellati che poi ti consente di fare una proposta che possa venire incontro ai problemi emersi. Invece, qui abbiamo avuto una unificazione del testo molto veloce, dove abbiamo riscontrato immediatamente delle lacune, delle mancanze, dei lati oscuri”.

Quali sono queste lacune del testo unificato?

“I problemi riguardano: la modalità con la quale nascono le nuove province; la modalità con la quale “muoiono” le precedenti province, quindi la fase transitoria; i problemi finanziari, quindi quali sono i costi dell’operazione; le prospettive della riforma, quindi fare una previsione sulle conseguenze della nuova istituzione, verificare l’attitudine a funzionare nel tempo. I tipi di problemi possono essere ridotti anche a tre categorie: problemi politico-istituzionali, problemi organizzativi e problemi finanziari. Naturalmente, a queste categorie possiamo sommare anche quella che riguarda i problemi giuridici, e cioè la relazione tra la nuova legge e tutte le altre leggi. Quindi, come una legge impatta sull’ordinamento giuridico, sull’insieme del diritto vigente”.

Questi problemi appena elencati sono già stati affrontati?

“La prima commissione del Consiglio regionale – che si occupa di enti locali, autonomia, affari generali, personale, rapporti con lo Stato – è quella dove si fa un esame più pignolo delle conseguenze giuridiche. Quando viene presentata una proposta di legge, in questo caso un testo unificato, si fa una discussione generale, durante la quale ogni membro della commissione dice la sua sull’insieme della proposta. Ecco, nella discussione generale, maggioranza e opposizione hanno concordato nel ritenere che, tra tutti i problemi emersi dal dibattito, fosse importante che ne venissero risolti cinque in particolare, e sono i cinque temi oggetto del piano di lavoro della commissione fino a martedì”.

Li può elencare e descrivere?

“Il primo è il problema dei referendum. Quindi, in che modo il popolo viene interpellato per confermare o smentire il nuovo sistema degli enti locali. Perché gli enti locali, appunto, non sono istituzioni economiche o strumenti dell’amministrazione, sono in primo luogo enti rappresentativi, enti politici. Dunque la loro esistenza rappresenta lo svolgimento di un diritto del cittadino, che ha diritto di scegliere i suoi governanti. Siccome questi enti sono livelli di governo, allora è necessario – secondo quanto previsto dal nostro statuto regionale – che il popolo sia interpellato. La Costituzione non consente al legislatore di istituire liberamente l’autonomia locale, ma impone al legislatore di riconoscere l’autonomia locale. Quindi il legislatore non può collocarci in un’autonomia senza chiederci il permesso, sono i cittadini che scelgono di essere una comunità, e quella comunità si autogoverna, e quell’autogoverno deve essere un autogoverno democratico, scelto dai cittadini. Questo è il sistema che la Costituzione prevede. Allora, anche in questo caso, i cittadini devono essere coinvolti. In Sardegna, però, non esiste una legge generale per tutti i tipi di referendum, esistono alcune indicazioni. Quindi ci si è chiesti se non fosse arrivato il momento di fare una norma di questo tipo.

Il secondo problema riguarda le norme transitorie: bisogna prevedere esattamente le procedure e le modalità di trasformazione degli enti. Perché quando si modifica un’istituzione non si può chiudere quella che c’era prima e costruire da zero una nuova, è necessario prendere tutto quello che c’era e riorganizzarlo.

Il terzo punto sono le norme finanziarie, e quindi capire quali sono i costi di una simile trasformazione.

Il quarto argomento sono le unioni delle province. Nessuno sa che io sin dal 2005, quando erano appena nate le otto province, avevo pensato che in Italia non ci avrebbero lasciato tranquilli sulle nuove province, cosa che poi – qualche anno dopo – realmente si manifestò. Gli italiani non possono concepire che una sola regione con un milione e mezzo di abitanti abbia otto province, perché in regioni molto più popolose le province sono in numero inferiore. Era vero che si trattava di province “regionali”, cioè alle otto province sarde dell’epoca non corrispondevano le circoscrizioni decentrate dello Stato. Alle nostre province, infatti, non corrispondevano anche prefetture, comando dei Vigili del fuoco, Carabinieri, Guardia di Finanza, Questura, uffici finanziari dello Stato. Il fatto di istituire una provincia in Sardegna non comportava anche l’automatico impianto di uffici decentrati dello Stato che, essendo numerosi e costosi, avrebbero determinato un aumento dei costi da parte dello Stato. Le province sarde erano invece una ripartizione che – nel pieno rispetto dello Statuto speciale che assegna una competenza primaria nell’ordinamento degli enti locali alla Regione autonoma – la Sardegna avrebbe realizzato per suo conto. Quindi, è vero che non erano otto prefetture – che sono rimaste quattro – ma è vero che la notizia delle otto province avrebbe impattato sull’opinione pubblica nazionale in modo molto negativo, perché c’è un pregiudizio verso le province, perché non si ha la sufficiente consapevolezza dell’essenza politica di un ente rappresentativo, non si riesce a capire che ogni comunità – per quanto piccola essa sia – ha bisogno di un livello di governo. E non siamo noi con il nostro “senso di equilibrio”, con il nostro buonsenso comune, a stabilire le comunità altrui, al massimo possiamo stabilire la nostra. Rendendomi conto di questo pregiudizio, elaborai l’idea di una unione di province, cioè della scissione tra la natura politica della provincia e quella amministrativa. In modo che fosse possibile configurare un apparato amministrativo condiviso, in condominio. Per esempio mettendo insieme il personale. Un’altra considerazione che facevo era che, nella suddivisione a otto, la provincia più avvantaggiata di tutte era quella di Cagliari, perché risultava quella più popolosa e più forte dal punto di vista economico e non solo. Quindi, per mettere in condizione di competere i vari territori, io proponevo di realizzare le unioni di province. Oggi, quella mia antica idea è sopravvissuta, dopo che il referendum costituzionale ha confermato l’esistenza delle province e l’esperienza non solo degli amministratori, ma anche dei cittadini, ha insegnato che i servizi di carattere provinciale sono vitali, come le scuole, le strade, tutto ciò che significa raccordo tra città e aree rurali. Questa nuova sensibilità è cresciuta e ha riportato in vita la mia proposta, nata inizialmente pensando solo all’area tirrenica, quindi Olbia-Nuoro-Ogliastra, però poi il ragionamento si è potuto estendere anche a Oristano-Medio Campidano-Sulcis Iglesiente. Per cui è stato possibile ipotizzare che questi due gruppi di tre province, quello del nord-est e quello del sud-ovest, possano dar vita a degli uffici comuni e ad una governance coordinata per relazionarsi con la Regione con pari efficacia delle due città metropolitane. Nel momento in cui dici che ci sono due città metropolitane in Sardegna, stai dicendo che questi sono i poli forti, non solo sotto il profilo pratico, ma anche dal punto di vista giuridico: si tratterebbe di livelli di governo di serie A e di serie B, e di conseguenza cittadini di serie A e di serie B. Per evitare questo, anche da parte della maggioranza, si è ritenuto che la mia vecchia idea potesse essere un correttivo, quindi la necessità di esplorare la possibilità di avere una organizzazione che facesse perno sulle unioni di province.

Il quinto problema riguarda il Sud Sardegna: le proposte iniziali non comprendevano il Medio Campidano come provincia, anche se era evidente che si sarebbe arrivati a questo. Probabilmente maggioranza ha trascurato questo aspetto, perché non ha immaginato cosa sarebbe successo a seguito della riproposizione di nuove province. E quindi ha ritenuto di poter istituire prima solo la Gallura, poi la Gallura e l’Ogliastra poi la Gallura, l’Ogliastra e il Sulcis Iglesiente, poi la Città metropolitana di Sassari, facendo una cosa che nella loro idea doveva essere veloce e rapida, fatta a tappe. Invece, una riforma dell’assetto regionale non può che avvenire su base regionale, quindi con un disegno che abbracci tutta la Sardegna, perché deve tener conto della costruzione di un equilibrio complessivo. La maggioranza, sottovalutando il problema del Medio Campidano, aveva lasciato irrisolta la questione conseguente della Sardegna del Sud, cioè di tutti quei comuni che rimangono fuori dalla Città metropolitana, dalla provincia del Sulcis Iglesiente e dalla provincia del Medio Campidano. Perché rimangono fuori dalla Città metropolitana? Perché non fanno parte di un’area metropolitana, non fanno parte della città, sono comuni rurali, montani, lontani da Cagliari. Il fatto che siano connessi a Cagliari per ragioni storiche e culturali, nonché sociali ed economiche, non giustifica la loro metropolitanità, giustifica semplicemente il fatto che essi sono attratti da Cagliari e la riconoscono come loro capoluogo, ma questo ha più relazione con una provincia piuttosto che con una città metropolitana. Quello che sto dicendo, lo so, è smentito dalla legge Delrio, che dice che la città metropolitana è grande quanto la provincia della città che si individua come metropolitana. Facendo questo la legge Delrio ha creato veramente un grande disordine, dividendo i cittadini in serie A e serie B, e allontanando il concetto di città metropolitana dal senso logico di un governo metropolitano. Violando la logica, la legge Delrio accorpa città e campagna, costa e montagna, e anziché trattare in modo omogeneo situazioni omogenee, tratta in modo omogeneo situazioni eterogenee. E in questo procura una disparità di trattamento tra chi è dentro e chi è fuori le città metropolitane. Perché lo stesso tipo di paesino agricolo, se si trova dentro la città metropolitana, ha un tipo di governo, se si trova fuori ne ha un altro. E non è vero che chiunque sia dentro la città metropolitana abbia un vantaggio, perché tu hai un vantaggio da un tipo di governo solo se è un governo fatto apposta per te, per le tue situazioni reali. La città metropolitana funziona bene quando c’è una città continua, la provincia funziona bene quando c’è un’area mista, urbana e rurale, da connettere”.

Come si è arrivati all’intesa in commissione?

“Io ho presentato oltre 800 emendamenti e il resto dell’opposizione un altro centinaio. Abbiamo voluto sottolineare la difficoltà che avevamo a votare a favore o astenerci su un testo del genere, perché lo abbiamo criticato molto fortemente sotto quegli aspetti che abbiamo elencato prima. Per noi è una legge che non deve essere approvata così come si presenta nel testo unificato, un testo insufficiente per essere promosso. Allora abbiamo rivolto molte critiche sotto forma di emendamenti. L’esame di questi emendamenti – non solo ostruzionistici – ha rallentato molto l’iter della proposta, e ci ha dato modo di discutere in commissione di quei problemi. La maggioranza si è resa conto che era necessario ascoltarci, rivolgere l’attenzione verso i temi che abbiamo sollevato. E per fare questo ci siamo dati un tempo, rimandando a martedì la prosecuzione del voto per l’approvazione in commissione della proposta, costituendo un gruppo di lavoro composto dai consiglieri della commissione e non solo, per tentare di dare risposta almeno a quei cinque quesiti che abbiamo detto prima, che non sono l’elenco dei problemi posti da noi, ma sono quelli che la maggioranza ha riconosciuto importanti tra quelli che abbiamo posto. Ora stiamo discutendo di una parte lacunosa della legge riconosciuta da entrambe le parti. Naturalmente, noi non ci sentiamo tenuti ad abbracciare qualunque proposta della maggioranza in questa materia, perché tanti problemi che abbiamo sollevato non sono stati presi in considerazione, quindi in aula continueremo l’esame”.

Cambiamo tema e parliamo del caso del “San Francesco” di Nuoro, che versa in una situazione di emergenza a causa della carenza di personale.

“Questa carenza è solo la parte nuorese di una crisi generale che riguarda la sanità. C’è stato per molti anni un blocco del turnover del personale medico e non solo, che costituisce un altro effetto della legislazione della crisi: la crisi finanziaria dello Stato si è ripercossa sulle amministrazioni pubbliche e sui servizi pubblici. Uno di questi, per le regioni il più costoso, è la sanità. Quindi, per cercare di far quadrare i conti, ci si è accaniti particolarmente sui costi del personale e questo ha determinato il fatto che a un certo punto la forza lavoro disponibile non fosse più sufficiente. Nella scorsa legislatura avevo proposto una commissione d’inchiesta sulla spesa sanitaria del decennio precedente, è stata osteggiata in tutti i modi, si è fatta la commissione ma non si è fatta l’inchiesta, al punto che io mi sono dimesso da vice presidente della commissione. Si sarebbe scoperto che, degli oltre tre miliardi di spesa sanitaria, in realtà “solo” 800 milioni erano impegnati per tutto il personale. Tagli e contenimento della spesa si potevano effettuare su altri settori, che invece non sono stati toccati. Ridurre il personale, bloccando il turnover, è stata una scelta molto burocratica e molto facile, e la crisi sanitaria attuale ha dato modo di riportare alla luce la necessità di una sanità più forte. Mi fa un po’ sorridere l’unità dei consiglieri di maggioranza nel dire che ci sono problemi quando loro sono al governo e i problemi, anziché denunciarli, li dovrebbero affrontare. Chi governa e denuncia in questo momento, forse avrebbe potuto farlo prima. Non capisco tutta questa sorpresa, sono anni che questo processo è in corso. Io l’avrei affrontato – come ho fatto – con un’inchiesta sulla spesa per capire esattamente dove la spesa sanitaria poteva essere corretta per ottenere le risorse che mantenessero elevata la qualità e la quantità dei servizi. Mi fa sorridere la posizione della maggioranza che si è buttata a capofitto a denunciare, così come hanno fatto a ruota i vari sindaci, i vari politici locali. Io non mi sono unito al coro perché non credo che sia un caso, un’emergenza. Credo che sia un grande processo che strutturalmente ci porta a una situazione negativa e quindi bisogna avviare con una politica seria, circostanziata, documentata e ben studiata, un’inversione di questa tendenza, con la consapevolezza che non ci sono bacchette magiche. Certo, si può tappare qualche buco: anziché scontentarne uno, scontentandone uno più debole che protesta di meno, ma non è questo il punto. Per questo motivo mi sono tenuto lontano da una polemica che era facile. Sono l’unico consigliere regionale dell’opposizione in provincia di Nuoro, quindi mi sarebbe venuto facile attaccare la Giunta regionale che c’è adesso, che è responsabile dei servizi, però non l’ho fatto perché non ho un animo sciacallesco e non ho pulsioni demagogiche che mi portano a starnazzare tutte le volte che c’è un problema per far vedere che mi interesso del popolo. Io del popolo mi interesso nel modo più serio che posso, e non credo che in questo momento alzare la voce serva per salvare la situazione, che è molto risalente e relativa a fatti strutturali che non riguardano un solo ospedale, ma l’intero sistema sanitario”.

Un altro comparto in crisi è quello turistico. Nonostante alcune previsioni, forse troppo ottimistiche, il turismo sardo stenta a decollare e i dati di luglio sono ancora molto negativi.

“Che il problema del Covid sarebbe stato innanzitutto quello delle imprese turistiche noi lo abbiamo detto a febbraio, quindi prima che iniziasse il lockdown. Perché non c’era bisogno del divieto di muoversi per impedire a un turista di muoversi. Basta che ci sia la notizia del pericolo e il turista non si sposta più. Allora abbiamo immediatamente individuato, tra le vittime più probabili e maggiormente danneggiate, in modo più profondo e più a lungo delle altre categorie, le imprese turistiche. Queste ultime in Sardegna sono molto diverse tra loro: abbiamo un grande impatto del turismo nella costa tirrenica del nord-est, abbiamo una certa industria turistica del sud della Sardegna, abbiamo Alghero, e poi naturalmente abbiamo un turismo diffuso in tutte le coste ma con una dimensione economica e una dimensione di presenze e arrivi molto più ristretta rispetto al resto delle coste. Il turismo costiero interessa anche l’interno dell’Isola, anche le città come Nuoro, dove c’è una grande offerta museale e dove durante l’estate il turismo è una realtà economica. Un’ulteriore divisione, oltre quella geografica, la faccio anche per dimensione: in Sardegna c’è un turismo industriale, fatto da medie imprese turistiche (quelle con più di 50 dipendenti), e poi ci sono le piccole e micro imprese (con meno di 10 addetti) che hanno una tipologia di problemi diversi e che secondo noi sarebbero state molto colpite. Come Partito Democratico abbiamo presentato una proposta di legge per andare in soccorso di queste piccole e micro imprese. Non siamo stati ascoltati, gli aiuti sono arrivati sotto forma di prestiti e non – come chiedevamo noi – con un massiccio impiego di contributi a fondo perduto, che in quel momento erano vitali. Da parte nostra era facile prevedere fin da subito che la domanda sarebbe crollata, che – a differenza di altri settori economici – non ci sarebbe stata una possibile compensazione da parte del mercato interno e abbiamo visto i dati, anche recentissimi, che mostrano un andamento che rispecchia la nostra previsione. C’è un ridimensionamento molto forte, soprattutto per chi lavorava con i turisti stranieri, un mercato che è crollato. Sono arrivati gli italiani, anche grazie ai provvedimenti governativi, perché comunque il bonus vacanze viene utilizzato molto anche in Sardegna. Abbiamo riscontrato anche che i sardi, questa volta, stanno andando in vacanza in Sardegna. Un aspetto che sta facendo bene, sta mitigando gli effetti della crisi, però non è risolutivo. Secondo noi, bisognava capire che il turismo non sarebbe calato per un problema dell’offerta, ma sarebbe crollato per l’assenza della domanda, cioè che non sarebbero venute persone. Il turismo funziona molto con il passaparola, per cui i turisti stranieri che sono venuti quest’anno probabilmente faranno da apripista agli altri. Quindi spero che ad agosto ci sia un po’ di ripresa, anche se, per ora, non c’è un’inversione di tendenza decisa come ci servirebbe”.

Un pensiero sull’allarme dopo lo sbarco in Sardegna di migranti positivi al Covid.

“Se una persona è positiva, di qualunque nazionalità sia, si deve assoggettare alle norme di sicurezza che dobbiamo osservare tutti. Sul caso dei migranti, sicuramente si può dire che ci sono problemi più gravi e che la Destra, che ha tanto cavalcato questo problema, è stata abbondantemente smentita nella stagione del Covid. Perché si è visto che in realtà, bloccando tutte le frontiere, c’è una grande parte dell’economia nazionale che soffre senza lavoratori stranieri, considerando che la nostra è un’economia che ha ancora bisogno di importare lavoratori, perché abbiamo un mercato del lavoro nel quale non si trovano tutte le figure che ci servono. La retorica dell’immigrato che ruba il lavoro all’italiano è sempre più evidentemente falsa. Però, in merito al ristretto caso di cronaca relativo alla Sardegna sopra evidenziato, ognuno deve fare in modo di non nuocere alla società e non spargere il contagio”.

La riapertura delle scuole è un altro tema che sta tenendo banco in questi giorni, in Sardegna e non solo.

“Bisogna dire che Pigliaru aveva ragione nel cercare di ricostruire le scuole in Sardegna, perché se il programma Iscol@ fosse stato completamente realizzato forse oggi, da un lato, avremmo anche meno paura della riapertura delle scuole. Questo lo dico perché tutti gli interventi che facciamo a favore della pubblica istruzione sono tutti necessari, perché abbiamo un sistema formativo molto indebolito dall’incuria dei decenni precedenti. Si è tagliato troppo, inoltre manca la consapevolezza della missione pubblica dell’istruzione. La Repubblica, e quindi tutti i livelli di governo, devono occuparsi attivamente di un’istruzione che raggiunga livelli sempre più alti. Perciò offrire il diritto all’istruzione, garantire il diritto allo studio e fare in modo che la scuola sia il fattore decisivo dello sviluppo. Bisogna puntare a riaprire, ma in tempo di pandemia tutto chiaramente è molto più difficile. Una volta di più, dobbiamo riprendere e far concludere quegli investimenti sull’infrastrutturazione telematica che purtroppo giacciono fermi nella Regione, sono stati iniziati con l’assessore Demuro ma poi si sono bloccati. Temo che ci siano stati anche dei fondi stornati altrove, nel frattempo. Invece, è necessario riprendere da lì, completare l’infrastrutturazione telematica che ci garantisca sempre un sistema tecnologico in grado di aiutarci anche quando si verificano eventi eccezionali”.

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