Secondo me

SECONDO ME – INTERVISTA A ROBERTO DERIU

Roberto Deriu, nel 2013 avevi descritto la Sardegna come un gigante, un Gulliver legato, e che per liberarlo dalle catene sarebbero servite delle Superleggi, non le solite leggine. Cosa è cambiato da allora?

Intanto, quell’idea che ho io della Sardegna, spiegata con la metafora di Gulliver, si riallaccia all’altra grande definizione di Sardegna, cioè “Sardegna quasi continente”. Un’idea che sto approfondendo solo ultimamente. Quasi continente perché è una regione isolata dal resto del mondo, perché è grande abbastanza per avere dentro di sé una varietà antropologica, geologica, geografica, economica, tale da non farla sembrare, per chi la visita, sempre lo stesso posto ma più posti, essendoci la varietà propria di un continente, appunto. Allargando il discorso, però, si può dire che questa definizione andrebbe bene anche se noi la vedessimo come parte di un continente che c’è tra l’Eurasia e l’Africa, che è il continente insulare mediterraneo. Il mito di Atlantide ci può aiutare a ricostruire idealmente una civiltà insulare del Mediterraneo che come tale non è mai esistita, in quanto le isole sono sempre state legate al continente e in genere, durante la storia, all’Eurasia più che all’Africa. Però, ci sono stati molti secoli nei quali Eurasia e Africa erano legate nel Mediterraneo dalla stessa civiltà, dallo stesso apparato statuale, come l’Impero romano, ma anche bizantini, arabi, se vogliamo anche inglesi. A parte queste, che sono suggestioni, contesti fantastici che evochiamo per cercare di dare un senso a un quasi continente misterioso come la Sardegna, l’idea di “quasi continente”, di Gulliver, di gigante legato, lo considero un fatto strutturale, che appartiene alla natura della Sardegna stessa. Nel 2013 non l’ho indicato solo come condizione di congiuntura, ma anche come dato di natura, che può però, pur essendo insuperabile come tutti i dati genetici, essere l’ispirazione per perseguire tutte quelle misure che ci fanno andare verso una vita migliore, verso una civiltà migliore, più evoluta. La Sardegna si evolve nella misura in cui smette di essere costretta nelle angustie della sua quasi continentalità addormentata, e si muove invece verso un gigante riscattato, verso un orizzonte di maggiore espressione delle sue potenzialità. Leggine e Superleggi, cosa è cambiato? La legislatura di Pigliaru fu caratterizzata dalle Superleggi, alcune vennero fatte, furono interventi importanti; ad esempio sull’acqua, anche se la questione è irrisolta; ad esempio sulla sanità, anche se la riforma fu incompleta e oggi se ne vedono le conseguenze. Sotto il profilo dell’amministrazione non fu fatto abbastanza. Per esempio non furono fatti concorsi, però si avviò una ristrutturazione giuridica e organizzativa molto importante del sistema Regione. Anzi, il sistema Regione venne definito dal punto di vista legislativo. Nella legislatura 2014-2019 si aprirono diversi cantieri di Superleggi, attualmente si è abbandonata la cura della sostanza di questo approccio per dedicarsi ad una legislazione molto più spot, più episodica e propagandistica, ma soprattutto che non ha l’ambizione di modificare lo stato di fatto né dell’amministrazione né dell’economia della società. Ha soltanto lo scopo di rendere permanente il dominio del centrodestra attraverso una forte penetrazione nei gangli vitali della classe politica di centrodestra e della classe dirigente in generale di centrodestra. Ci si preoccupa più che altro di costruire avamposti e torri di controllo, occupandoli militarmente. Forse si stanno predisponendo nuovi lacci per tenere Gulliver sotto il pieno e incontrollato dominio permanente del centrodestra. Se c’è un’ideologia di questa maggioranza è proprio un’idea padronale, cioè si vogliono violare alcuni tabù dello Stato di diritto per riaffermare una concezione assolutista del potere. Non dico totalitaria, ma dietro la pseudo democratica affermazione del primato della politica si nasconde in realtà il desiderio irrefrenabile di riportare sotto il pieno controllo dell’elite politica tutte le funzioni pubbliche e quindi tutti i poteri, anche e soprattutto quelli burocratici. Da quando ho lanciato quel tipo di programma non si è fatta granché strada e credo che questo sia dovuto anche al fatto che la politica sarda è resa inconcludente dall’alternanza, dalla falsa contrapposizione di due false alternative, destra e sinistra. Perché né l’una né l’altra dispone di piattaforme programmatiche e di classe dirigente e politica tale da poter svolgere quella funzione trasformatrice che sarebbe necessaria se affrontassimo i problemi genetico-strutturali, quasi continentali, della Sardegna.

Screening di massa per combattere la seconda ondata della pandemia, campagna vaccinale anti-Covid, contributi a fondo perduto per le piccole imprese, misure a favore del Ceto dei coraggiosi, aiuti agli studenti: sono solo alcune delle tue iniziative portate avanti insieme ai consiglieri regionali del PD negli ultimi mesi. Come ti spieghi il fatto che certe proposte, che sembrano automatiche, non arrivino direttamente dalla maggioranza o dalla Giunta regionale? Cosa manca alla classe politica attuale?

Scelte politiche fondamentali non sono mai automatiche, perché discendono da un ragionamento sulla società e prima ancora da una lettura della società. Da noi vengono certi suggerimenti perché svolgiamo un dibattito, forse troppo ristretto, che è attorno ad alcuni capisaldi tematici e di principio, e si svolge dichiarando le finalità. Siamo costretti dalla nostra modalità di procedere, che è questo dibattito abbastanza serrato e intenso, a motivare in modo puntuale le nostre proposte. Dal’altra parte, invece, mi pare che non ci sia un confronto simile. Il loro programma fondamentale riguarda il come impadronirsi e tenersi il potere. Una cosa che affronto nel mio libro “Il gioco del silenzio”, dove identifico quella dinamica potere-elite-potere, cioè di un potere che costruisce un’elite che ha come scopo il potere e che usa il potere per fabbricare altro potere. Ecco, loro sono molto condizionati da questo aspetto. Noi siamo più concentrati sull’uso del potere, e questo ci fa sacrificare spesso il consenso. Il centrodestra è più attento al consenso rispetto al centrosinistra, che a sua volta è più attento all’uso che si fa del potere e quindi anche alla fattibilità dei propri progetti, all’adeguatezza delle strutture amministrative, più attento ai temi tecnici e quindi diventa elitario, incomprensibile, impopolare. Si tratta di due tradizioni abbastanza caratterizzate da questi due orientamenti, però penso che ultimamente si sia accentuato questo discorso. Con la giunta Pigliaru abbiamo toccato il punto più alto – o basso, a seconda dei punti di vista – del nostro approccio tipico, quindi grande approfondimento sui temi e poca capacità di dialogo con i corpi sociali. Loro hanno raggiunto il massimo adesso, perché ciò che li unifica non è tanto una visione programmatica – che non hanno – quanto più questa ideologia del potere che però li costringe a consumare potere per crearne altro, quindi non ne rimane abbastanza per caratterizzare la società. In pratica hanno poco potere per fare delle cose, perché sono concentrati ad usare il potere per fare consenso e avere potere.

Da circa 10 anni porti avanti una battaglia contro quello che tu chiami l’Idromostro Abbanoa e i gravi problemi del sistema idrico in Sardegna. Secondo te, perché la Regione, nonostante siano cambiate diverse legislature, non ha mai affrontato concretamente il problema?

L’Idromostro, considerato come il complesso dei problemi sul sistema idrico sardo, costituisce oggi uno dei poteri dell’Isola. E’ un’istanza non più solo amministrativa e gestionale ma istituzionale, politica e soprattutto tecnica. L’unico posto dove si concentra il sapere in materia idrica è diventato Abbanoa. Quindi quando bisogna fare delle leggi su Abbanoa si chiede ad Abbanoa di scriverle. A quel punto si cade perfettamente in una situazione nella quale il controllato diventa controllore e nella quale la spinta corporativa prevale su ogni considerazione rispetto al bene comune. Non c’è più una valutazione politica che per definizione è la valutazione dell’interesse pubblico, ma c’è una valutazione di parte che spinge le decisioni pubbliche a vantaggi soggettivi. E in questo caso il soggetto diventa Abbanoa. Ciò avviene prima di tutto perché non si rispettano le leggi, e mi riferisco alla Legge Galli, cioè la legge quadro del settore, in cui i principi fondamentali sono traditi puntualmente dalle azioni della Regione. Il primo tra tutti è la distinzione tra la gestione e il controllo, che magari viene rispettata formalmente ma nella pratica no. Poi c’è il problema dell’ottimalità. Cosa vuol dire ottimalità? Significa che un bene o un servizio, in questo caso l’acqua, viene prodotto ad un costo unitario più basso possibile per essere distribuito agli utenti che lo devono pagare con la loro tariffa, e quindi si esclude la possibilità che la fiscalità generale si incarichi di pagare l’acqua. L’acqua non vuol dire solo un litro di acqua, vuol dire l’acqua e tutte le strutture che servono per portare nelle case un litro d’acqua. Il principio è che sia un bene e un servizio a domanda individuale, e quindi se voglio un litro d’acqua a casa mia, in qualsiasi zona della Sardegna, lo pago. Questo principio è tradito costantemente perché non c’è l’ottimalità, cioè l’acqua in Sardegna non è prodotta e distribuita al costo più basso possibile. Se noi dovessimo pagare l’acqua per quello che realmente costa, la pagheremmo due euro al litro, per far reggere una baracca come quella di Abbanoa. Allora, per evitare questo, si fanno delle tariffe politiche, vietate perché non coprono l’interezza dei costi, e ciò che rimane da coprire diventa prima deficit, poi debito e per finire diventa ripianamento di deficit o di debito a cura della fiscalità generale, in modo truffaldino. Si fa finta di aumentare il capitale, si emettono obbligazioni, si prova a ingegnerizzare lo squilibrio permanente e strutturale del bilancio di questo gestore per ingannare la necessità che invece l’acqua sia pagata a tariffa. Se si dicesse la verità, ovviamente ci sarebbe una rivoluzione, si scoprirebbe che quella gestione non è ottimale ma è in diseconomia di scala. I politici, tra le varie formulette che imparano a memoria, hanno imparato solo quella dell’economia di scala, che andava tanto di moda nei primi Anni 2000. L’economia di scala è la necessità per raggiungere l’ottimalità di diventare più grandi. Solo che, una volta superato il livello dell’ottimalità, si diventa troppo grandi e si va in diseconomia di scala. Quando si è in diseconomia di scala bisogna ridurre la nostra dimensione per andare verso l’ottimalità. Sulla base di uno studio che abbiamo fatto con “Democrazia sull’acqua”, un’associazione di studiosi sulla materia, è stata fatta una grande comparazione con tutti i gestori italiani e anche internazionali, che ci ha permesso di scoprire che la dimensione di un ambito unico sardo è tripla rispetto a quella considerata mediamente ottimale valutando la generalità dei gestori unici. Questa dimensione tripla produce una diseconomia di scala che fa salire enormemente il costo unitario del litro d’acqua. L’acqua gestita in modo diseconomico costa molto di più perché, contrariamente a quello che hanno fatto credere e che si crede, un unico gestore spende molto di più per fare tutto quello che facevano dei piccoli gestori. Non si è trovato l’equilibrio dicendo che tutti i sardi hanno diritto all’acqua, che la tariffa deve essere unica per tutti, il che ha portato all’ambito unico, al gestore unico. Si è fatta enorme confusione tra necessità di tariffe più basse possibili, quindi ottimalità, e dimensione ottimale dell’ambito, quindi un ambito unico ideologico e non econometrico come invece sarebbe dovuto essere. Siccome dalle dimensioni dell’ambito dipende anche la tariffa, allora bisogna puntare all’ottimalità. Invece non è stata fatta una scelta econometrica ma una scelta ideologica, una scelta fatta equamente sia dalla destra che dalla sinistra. Dalla sinistra per il fatto ideologico, dalla destra perché si ritiene che, sempre nella logica del potere, un solo ambito sia più facile da governare, da conquistare e da tenere, rispetto a tanti ambiti federali. In questo dibattito culturale, tecnico e politico si scontrano due concezioni: la concezione autonomista e autonomistica sturziana con la concezione centralista e dirigista e disintermediatrice che ha trionfato con la legislazione della crisi. Cioè l’idea che si debbano ridurre al minimo i centri di decisione, ridurre al minimo il numero degli ambiti delle decisioni, ridurre al minimo il numero delle persone che decidono, alla ricerca di una scelta rapida, di una dimensione che loro chiamano industriale e che invece è semplicemente diseconomica, e di una centralizzazione del controllo che determina un’immensa crescita delle spese di controllo.

Ritieni che le soluzioni da te individuate allora per superare l’Idromostro Abbanoa allora siano ancora attuabili?

C’è ancora strada da fare. La legge regionale ha superato un tabù, che è quello dell’ambito unico. Oggi in Sardegna non vige più l’ambito unico obbligatorio, ma si può arrivare fino a tre ambiti. Questo si deve da un lato all’intelligenza, dall’altro all’astuzia dell’assessore Maninchedda, al quale, all’inizio della legislatura, ho fornito tutta la documentazione degli studi di “Democrazia sull’acqua”, promettendo una battaglia politica pubblica su questo tema. Una documentazione che lui ha visionato, compreso molto bene e valutato talmente importante da dover costruire una legge che ne tenesse conto, naturalmente senza disturbare il manovratore. Mi ha dato regione sul principio ma senza attuarlo, cioè si è stabilito che non è obbligatorio un unico ambito, ma si può crescere come numero di ambiti sino a raggiungere l’ottimalità. Non si è fatto assolutamente nulla per modificare i termini di assetto e quindi è rimasto l’ambito unico e l’assegnazione a una società pubblica che è Abbanoa. E’ stata negata la piena legittimazione dell’Idromostro, gettando le basi culturali per il superamento dell’Idromostro sardo, ma tenendolo in vita. Anzi, dal mio punto di vista, la giunta Pigliaru è stata quella che si è macchiata della grande ristrutturazione finanziaria del debito di Abbanoa, soldi che vengono dati fuori dalla previsione della Legge Galli.

Durante la tua vita politica hai sempre avuto un occhio di riguardo per i giovani, come certificato ad esempio dalle numerose attività a favore del diritto allo studio e a favore degli studenti universitari che hanno portato al raggiungimento di grandi risultati in Sardegna. Mentre le istituzioni mettono da parte i giovani, e il fenomeno dello spopolamento ne è una prova, tu cerchi di includerli, aiutarli, integrarli anche nella vita politica. Qual è il motivo?

Credo che una società senza energia si esaurisca. Questo vale nell’economia ma anche nella politica. Se non abbiamo un certo numero di giovani, se non curiamo la qualità della loro formazione, dell’espressione delle loro risorse, del senso civico, ci consegniamo a una società che diventa progressivamente incapace di rispondere ai suoi bisogni, compreso quello di assistere i vecchi. In una società che invecchia, a mio modo di vedere, dovendo investire sui vecchi si deve ancor di più investire sui giovani. Se si vuole avere un Welfare State, bisogna avere una forte società che lo paghi. Lo stesso discorso che faccio con il Ceto dei coraggiosi: se si vuole che i poveri, non solo i giovani ma anche i vecchi, trovino un aiuto nella Repubblica, allora bisogna fare in modo che la Repubblica possa contare su una società capace di contribuire alla spesa pubblica. Se nessuno produce lavoro, guadagna, movimenta l’economia, questo non è possibile. Nessun socialismo è possibile senza soldi, è quello che hanno capito i cinesi. Non che io sia socialista, ma sto dicendo che esiste un legame imprescindibile tra quanto la società può pagare e quanto la società può assistere. La sostenibilità finanziaria del Welfare state passa attraverso l’investimento sui giovani e sulle categorie produttive. Questa è l’idea di fondo che mi porta a fare tutto quello che faccio, partendo proprio dai giovani. Parto dal motore, non dalla pelle dei sedili. La politica di oggi mi sembra fatta da gente appassionatissima di interni dell’automobile ma con un’automobile che non ha benzina, che non ha motore e che dunque non li porterà da nessuna parte.

Oltre ad essere un noto politico, sei anche un apprezzato scrittore. Ci sono dei punti in comune tra le due attività? Pensi sia un modo per trasmettere le tue idee politiche e sociali?

Non scrivo per trasmettere le mie idee. Probabilmente non faccio neanche politica per diffondere le mie idee. Nella scrittura c’è un percorso esistenziale, c’è un percorso di ricerca che svolgo privatamente da quando ero ragazzo, è il mio viaggiare attraverso il tempo. Il tempo della mia vita e il tempo della vita di chi mi ha preceduto e di chi immagino mi possa seguire. E’ lì che faccio letteratura, nel senso di inventare delle storie fantastiche. D’altro canto, guardando il mio modo di scrivere, non invento quasi nulla, sono molto ispirato dalla realtà. La realtà che conosco io, che è quella che mi è stata tramandata dalla cultura dai libri che ho letto, dalle storie che ho sentito, dalle persone con le quali ho parlato, dalle città che ho visto e che ho immaginato di visitare. Sia la scrittura che la politica le intendo come viaggi, come esplorazioni. La scrittura ancora di più come una ricerca, la ricerca del senso dell’uomo, del senso della vita, del senso della civiltà. La mia vera curiosità è la storia umana, e la politica è cercare di fare storia, la letteratura è raccontare la storia, quella che è stata e anche quella che potrebbe essere stata e che potrebbe essere.

Abbiamo parlato di passato e presente, ora tocca al futuro. Quali sono i tuoi progetti futuri e in che direzione, a tuo avviso, deve andare il Partito Democratico?

Sono un autonomista, quindi sono convinto che bisognerebbe pensare a livello locale, avere una visione globale ma agire localmente, attraverso sistemi improntati alla sussidiarietà, e quindi all’autonomia. Ciò che si può fare in basso è meglio farlo in basso anziché portarlo in alto. Vivere laicamente il potere, perché la costruzione di grandi imperi, di grande poteri, di grande centralizzazione, di grande disintermediazione, è un’illusione idolatrica, significa abbracciare il culto del potere. Invece, il potere va sempre tenuto sul piano laico, di servizio all’umanità. E l’umanità si svolge prima di tutto nei rapporti interpersonali, nei rapporti comunitari, nelle famiglie, nelle città, nei quartieri, anche nelle comunità virtuali, cosmopolite. Essere comunitari non significa essere a tutti i costi chiusi o provinciali nel senso deteriore, proprio perché l’approccio è quello globale. Per la Sardegna sogno una ridefinizione nel contesto europeo. Secondo me non hanno sbagliato coloro che, anche nel recente passato, cercando anche di rielaborare le teorie sardiste, hanno guardato alla possibilità di una regione europea. Quello che secondo me hanno sbagliato è che la regione europea sia solo la Sardegna, perché la Sardegna non ha una dimensione per essere una regione europea. Invece, le otto regioni insulari mediterranee d’Europa (Baleari, Corsica, Sardegna, Sicilia, Creta, Ionie, Egee settentrionali ed Egee meridionali), tutte insieme con circa 14 milioni di abitanti, costituiscono una piattaforma territoriale a partire dalla quale si può elaborare una piattaforma istituzionale, che è la Macroregione insulare mediterranea. Questa grande comunità potrebbe costituire un luogo eccezionalmente importante per il dialogo tra Eurasia e Africa, da un lato; per la sperimentazione di una nuova civiltà umana e anche di un nuovo modo di vivere per gli europei, per esempio ponendosi l’obiettivo di far sparire il motore a scoppio, e quindi la benzina dalle isole, o la plastica da gettare via nelle isole, per dare un contribuire alla ripulitura del mare, al rifiorire degli oceani, elemento decisivo per salvare il pianeta dal riscaldamento dovuto ad uno sviluppo troppo disordinato; sperimentare sistemi di trasporto che rendano possibile il superamento delle distanze chilometriche ed integrare le isole con i continenti. Il continente insulare connesso è, anzi, strumento di connessione tra Eurasia e Africa.
Sogno una politica sarda che sia parte di un movimento insulare mediterraneo. Questa per me è una prospettiva rispetto alla quale sarebbe bello costruire anche una piattaforma politica. Gli strumenti storici, i soggetti storici, quindi i partiti, posso essere vari. Adesso abbiamo il Partito democratico, secondo me è soddisfacente come contenitore, cioè come campo di confronto tra culture che è utile che trovino una sintesi, anche se magari non l’hanno trovata ancora o faticano a trovarla. L’idea socialista, i principi liberali dello Stato di diritto, la prospettiva popolare e il metodo dell’autonomia sturziana, nonché la grande ispirazione europeista, per esempio, delle democrazie cristiane dell’Europa, questi valori che sono prevalenti nel Parlamento europeo, in un Partito democratico possono sperimentare utile dialettica per arrivare a delle sintesi fruttuose, feconde. Non è semplice, perché sono dottrine che ormai nei secoli si sono confrontate e scontrate, però sono i fondamenti dei valori europei, quindi democratici, che tendono ad essere universali. Una sperimentazione di che cosa sono i democratici, ad esempio diversamente da quello che si fa in Cina, dove il Partito comunista cinese, al di là del fatto che non sia il comunismo europeo, è una dottrina sicuramente a partito unico, con dei tratti totalitari e anche autoritari, che però negli ultimi decenni si è affermato sotto il profilo economico. Il che lo distingue dal socialismo reale, così come lo abbiamo conosciuto dopo la Rivoluzione russa. Questo oggi mette fortemente in crisi i modelli occidentali, la democrazia liberale, anche la socialdemocrazia. L’Occidente ha bisogno di una nuova dottrina democratica, da confrontare con il modello cinese, perché ci troviamo in una fase storica per cui esiste una massa di sette miliardi di abitanti e una serie di problemi globali – basti pensare alla pandemia e al riscaldamento globale – che impattano sull’intero mondo. Ecco perché bisogna dare una risposta a questa domanda: è possibile che l’umanità si salvi dai suoi problemi con il metodo della libertà e della democrazia oppure è necessario, come hanno sempre sostenuto i pensatori dell’autoritarismo, un totalitarismo globale? In fondo queste due istanze politiche oggi, anche dopo la caduta del Muro di Berlino, si stanno fronteggiando nuovamente con sfide inedite. Nel confronto tra Est e Ovest, prima della caduta del Muro di Berlino, si era facilitati sul piano retorico nell’affermare che il comunismo portasse alla miseria, oggi questo non è più così, basti guardare la Cina. Certo, i cinesi sono sudditi mentre noi siamo cittadini, però come al solito l’apparenza dei totalitarismi fa vacillare la fede nelle democrazie. Per questo, in futuro vedo la necessità di un partito che sia democratico, di un’esperienza che sia democratica, di una cultura democratica che si opponga alla cultura del totalitarismo.

Le religioni, i credenti, le chiese, la Chiesa universale cattolica. Qual è il loro ruolo all’interno delle nuove sfide politiche (e sociali) che riguardano e che riguarderanno in futuro tutto il mondo?

E’ una domanda alla quale non so dare una risposta. Recentemente ci si è messi d’accordo perché il governo cinese gradisca i vescovi cattolici in Cina, ma ora la Chiesa riesce ad essere al di là dei totalitarismi e delle democrazie come forse lo è stata nel passato oppure può essere un fattore di diffusione della libertà? Ho sempre creduto, dal punto di vista politico, in una Chiesa che era già di Francesco, della Chiesa conciliare, però oggi è proprio sotto il pontificato di Francesco che la Chiesa accetta che i vescovi siano visionati dai governi. C’è stato già in Europa, nel ‘700, il cosiddetto giuseppinismo, che era un giurisdizionalismo delle grandi potenze europee che cercavano di mettere sotto il loro controllo la Chiesa, così come è successo in Inghilterra, laddove Chiesa e Stato hanno sempre la necessità di trovare un rapporto. In Italia abbiamo la forma del concordato, però è sempre molto complicato conciliare un’organizzazione mondiale con un’organizzazione statale nello stesso territorio e con gli stessi cittadini-fedeli. In questo confronto tra pensiero democratico e pensiero totalitario, quale può essere il ruolo dei credenti, il ruolo delle chiese, il ruolo della religione? La religione per me è sempre libertà, la libertà di culto, una libertà che per esempio anche in Italia vedo negata quando ci sono persone che pregano in mezzo alla strada perché non viene dato loro il permesso di costruire una moschea. Mi fa impressione che siano compressi i diritti religiosi, perché li ho sempre considerati la spia della libertà tout court, quindi fondamentale aspetto di una democrazia liberale. A circa 20 anni dal mio libro “Il gioco del silenzio” dove vedevo davanti all’Europa, e all’Italia in particolare, la necessità di un confronto con l’Islam, che è quello che stiamo vivendo adesso, o l’abbiamo già vissuto perché nel frattempo l’Italia è diventato un Paese cristiano e islamico, a tolleranza cristiana e islamica. Allora vedevo l’opportunità che i democratici di tutte le fedi si unissero in un partito dei credenti democratici. Oggi, invece, non capisco se i democratici possono essere pienamente sostenuti dai credenti, non vorrei che ci fossero anche i credenti totalitari, una cosa che 20 anni fa non pensavo minimamente perché il mio pensiero era orientato verso l’ottimismo. Allora ci avevano detto che le cose sarebbero andate meglio, invece oggi si dice addirittura che debbano andare peggio. Quindi, in questo confronto tra democrazia e totalitarismo, i credenti dove stanno? Purtroppo, come ho detto, questa è una domanda alla quale non so dare una risposta.

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