Secondo me

SPOPOLAMENTO

Siamo tutti infastiditi dal “non fare” intorno ai problemi fondamentali della Sardegna.
Ci sono molte discussioni in atto, e alcune riguardano proprio quali siano questi problemi fondamentali. 
Io vorrei sbilanciarmi e indicarne uno su tutti: la scarsità e l’invecchiamento della popolazione. 
Per localizzarlo meglio, chiamiamolo pure spopolamento.
È diventato purtroppo, come spesso accade, un tema sentimentale: buono per la mozione degli affetti, utile per concludere un discorso,  per suscitare lacrime o applausi. 
Un argomento che richiama borghi rurali, scene campestri, nonne all’arcolaio e nonni davanti al caminetto; tutto un armamentario concettuale romantico e struggente che rinvia la mente ad un tempo perduto, ad una dimensione più umana, ad una civiltà in via d’estinzione.
In questo modo releghiamo però il tema nel mondo affollato delle aspirazioni inappagabili.
Per restituirlo alla sua dimensione concreta, visibile e misurabile, sono necessari alcuni numeri: I comuni in decrescita in Sardegna sono 283, quelli in aumento di popolazione 94, vale a dire che tre quarti si spopolano e un quarto no.
Nei tre quarti dei comuni in via di spopolamento vive poco meno del 40% della popolazione regionale (circa seicentocinquantamila abitanti); l’altro milione di sardi risiede nel restante quarto.
Tra quei seicentocinquantamila, i “giovani” (tra 18 e 34 anni) sono circa centodiciannovemila; di costoro sono sposati 14.876 , sparsi nei 283 comuni in decrescita.
Soltanto, direte voi. 
Soltanto.
Forse in questo numero, in questo piccolo, troppo piccolo numero c’è la chiara fotografia della realtà, e forse anche la causa del nostro problema.
Letto in termini quantitativi, l’argomento presenta un disequilibrio destinato a determinare un sempre più forte infragilimento dei territori interessati.
Letto invece sotto profilo culturale, possiamo dare un preciso nome al fenomeno: cupio dissolvi, brama di sparire.
Nell’essere tutti quanti noi convinti che la giovinezza sia un’età meravigliosa, nella quale bisogna pensare più o meno a divertirsi, ad andare in discoteca, a godere prima di tutto di ciò che di gioioso c’è in noi stessi, e ad allontanare il più possibile responsabilità, fatiche, sofferenze, noi abbiamo costruito una civiltà destinata in breve all’estinzione. 
Né può salvarla la nostra proverbiale e per certi versi allarmante longevità, che prolunga l’esistenza in un tempo che a noi sembra infinito, ma che la storia può ben considerare ridicolo, irrilevante.
Quella vita che invece per l’umanità, e per tutte le specie animali, può essere prolungata soltanto con la riproduzione e la trasmissione dei geni, nonché con la tradizione della cultura. 
Un immenso egoismo collettivo ci pervade, vogliamo tenere tutto per noi stessi, e stiamo costruendo un sistema che sempre più scoraggia l’esperienza di un uomo e di una donna che danno vita ad una famiglia da giovani, mentre ancora possono godere un’esperienza di condivisione fisica e morale con i bambini e i ragazzi nella vita in famiglia.
Lungi da me qualunque considerazione moralistica, anche perché noi in prima persona non possiamo dare il buon esempio, o diciamo un esempio contrario: la mia è una riflessione eminentemente politica e sociale, che esprime la preoccupazione di individuare le cause dell’attuale difficoltà che caratterizza la nostra regione e conseguentemente agire per porvi rimedio. Stiamo studiando delle proposte sul tema, per consentire a chi sente forte il desiderio di paternità e maternità, a chi ha dentro di sé la vocazione alla creazione della famiglia, di poterlo fare incoraggiato dalla legge e dalla società, considerando ciò dovere della società stessa e promessa di nuova vita.
Vogliamo una svolta radicale, un investimento strategico e durevole.

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