Recensione di Kimono

««Non è un gioco la politica ma, come scrive lo stesso Deriu, “l’arte di convincere le persone a risolvere insieme un problema importante”.»

— Arturo Parisi, prefazione a Roberto Deriu, Il principe della Repubblica. Democrazia e

autonomia verso gli Stati Uniti d’Europa, a cura di Carlo Sanna, Castelvecchi, 2026.

L’UOMO SOLO AL COMANDO, QUESTO BUGIARDO

di Kimono

Sono anni che ce lo ripetono. I problemi sono complessi, la democrazia è lenta, le procedure

intralciano, le istituzioni ostacolano. Serve un capo. Serve uno che decide. Serve il sedicente uomo

forte. Si chiami Trump o Orbán, si chiami Meloni o Musk, se Musk è ancora abbastanza serio da

rientrare nella categoria. Lo scrivono i giornali che una volta si chiamavano liberali. Lo ripetono i

commentatori che vendono l’indignazione come merce. Lo mormorano i cittadini stanchi, che tra una

campagna elettorale e l’altra guardano il telegiornale e sospirano: un giorno avremo un capo vero.

Ecco. L’uomo solo al comando è la menzogna più riuscita del nostro tempo.

Non è mai esistito. Non esisterà. Ogni capo è una rete. Ogni “decisore rapido” è la punta di un iceberg

di cortigiani, consulenti, lobbisti, analisti, portavoce, cognati, avvocati e banchieri. L’uomo solo al

comando è una marca, non una persona: serve a vendere. Dietro l’icona c’è un consiglio di

amministrazione. E quel consiglio non risponde a nessuno — è stato eletto per non risponderne. Non

ha un sindacato degli elettori, perché nel mercato della politica post-democratica il sindacato degli

elettori è una scocciatura da vecchi. Non ha un partito, perché il partito è pedante. Regole, assemblee,

tessere. Roba da nonni. Da quando si sono stancati di aver dei nonni, gli italiani e gli

occidentali in genere stanno liquidando anche i partiti, e con essi la possibilità di essere

cittadini.

C’è un libro italiano, uscito di recente per Castelvecchi, che questa cosa la dice con nettezza

sacrosanta. Il principe della Repubblica di Roberto Deriu — prefazione di Arturo Parisi, curatela di

Carlo Sanna — smonta la crisi della nostra democrazia come si smonta un orologio fermo. E ci

restituisce tre verità che avevamo volontariamente dimenticato. Primo: senza partiti democratici —

partiti che vivano, e prima nascano, democraticamente — si afferma senza strepiti il governo dei pochi

ben introdotti, ai danni dei molti apatici. Secondo: l’uomo solo al comando, forte o debole che sia, è

anacronistico, perché la complessità dei problemi richiede articolazione, durevolezza, tradizione delle

tecniche, e queste tre cose nessun capo solo le può produrre. Terzo: la democrazia, di suo, è brutta.

Pedante. Senza gusto estetico. Ma questa sua pedantissima bruttezza è la condizione perché la libertà

esista.

Io dico che Deriu ha ragione. E dico che ce lo siamo scordato.

Ce lo siamo scordato perché viviamo in un’epoca di impazienti, a cui ogni mattina si presenta un

nuovo capo come la soluzione di tutti i mali. Ma l’impazienza è l’anticamera del fascismo, e lo è

sempre stata. Basta rileggere i telegrammi dei fascisti italiani del 1922, le lettere dei collaborazionisti

francesi del 1940, i messaggi dei sostenitori di Pinochet nel 1973, i tweet dei fan di MAGA nel 2016. La

frase è sempre la stessa: basta ideologie, basta parole, basta chiacchiere, facciamo. Ed è sempre la

frase che apre la porta al peggio.

La domanda che il lettore del Principe si ritrova obbligato a farsi, arrivato in fondo è semplice come un

ceffone. Vogliamo davvero essere un popolo di adulti, oppure vogliamo continuare a essere minorenni

politici, a chiedere al papà di turno di farci tornare a casa presto la sera? La libertà — quella che

Pannella chiamava, alla fine della sua vita, una libertà felice — è roba da adulti. Costa pazienza, costa

regole, costa riunioni lunghe, costa compromessi che ci stringono i denti. Non si regala. Non si vince a

una lotteria. La democrazia non ha biglietti premio.

E allora io, che i libri politici di questo Paese li leggo da più anni di quelli che mi piace ammettere, vi

dico una cosa che non si dice abbastanza. Quando qualcuno vi racconta che ci vuole un capo, che la

politica è inutilmente lenta, che bisogna semplificare, che la democrazia è bloccata dalle procedure,

guardatelo bene in faccia. Prima o poi, vi chiederà di firmare qualcosa che vi pentirete di aver firmato.

E non potrete prendervela con lui: avrete firmato voi.

I Costituenti italiani, che di capi assoluti ne avevano visti abbastanza, ci regalarono una Repubblica

con molti freni, molte istituzioni, molti procedimenti tortuosi. Oggi li vogliamo buttare via uno per uno,

in nome della velocità. Il Presidente della Repubblica — serve da freno, per meditare le scelte, per non

calpestare i principi ed evitare gli errori. La Corte Costituzionale. Il Consiglio Superiore della

Magistratura. Le autorità indipendenti. Le regioni. I Comuni. Le province, persino. Tutto “troppo”. Tutto

“da tagliare”.

Taglieremo, se taglieremo, la nostra libertà. Non quella degli altri.

L’uomo solo al comando, questo bugiardo, ha un unico pregio: è riconoscibile. Quando arriva, urla.

Prima o poi, anche il più distratto dei cittadini lo capirà. Spero che lo capisca in tempo.

— Kimono